Ius soli e clandestinità
E’ un sacro diritto la Patria. Ma per chi? Per chi vi nasce e cresce e vive e ama il luogo a cui sente di appartenere, il luogo che chiama casa. E quindi, perché negare la cittadinanza a un bambino che nasce in Italia e intende vivere la sua vita come un italiano? Arricchendola magari delle radici culturali di cui è portatore? Un bambino è ricchezza, vita, energia donata al luogo dove nasce. Sempre.
Oggi uno staniero può ottenere la cittadinanza italiana o per residenza ( dopo 10 anni che vive e lavora in Italia) o per matrimonio ( dopo circa due anni che si è sposato e vive sul suolo italiano con un cittadino italiano). Fatta la domanda alla Prefettura, è necessario poi un tempo di attesa di circa altri due anni prima della convalida: questo perché la Questura dovrà controllare i documenti presentati dallo straniero residente, tra cui spiccano sopra tutti il certificato di carichi pendenti del proprio paese di origine e il certificato di nascita entrambi tradotti ufficialmente. Se nulla osta otterremo un nuovo cittadino. Come è giusto che sia.
Molti dei migranti che arrivano clandestinamente in Italia oggi, usano la nostra penisola come un ponte: entrano, ottengono – se raccolti nei centri di assistenza – un nuovo nome e identità, una nuova data di nascita (quasi per tutti il 1° gennaio) e una Carta di Identità e un codice fiscale italiani a cui hanno diritto in quanto provvisoriamente residenti e che dà loro accesso al servizio sanitario nazionale, rendendoli inoltre, identificabili per la Polizia; alcuni si spostano in Europa, altri si arrangiano in Italia. Gran parte di loro proviene da luoghi di guerra, è analfabeta e minorenne; altri scappano dal loro paese e pochissimi di loro dichiarano i loro veri nomi e da dove vengono per paura del rimpatrio immediato. Sono giovanissimi e maschi se provengono dal Sud del mondo, giovanissime e femmine se dall’Est e gran parte di loro trova lavori più prossimi alla malavita che alla legalità, cadendo vittima dello sfruttamento o delle reti mafiose italiane, albanesi o rumene. Come ben sappiamo, purtroppo.
Ben diverso se si è bambini, dunque. La proposta di legge quindi, apre un interrogativo importante: se il bimbo diviene italiano, che ne è dei genitori, se clandestini o irregolari? Verrà tolta loro la patria podestà o piuttosto, dato loro il permesso di restare per tutelare il minore o meglio, la cittadinanza per ricongiungimento? Poiché, se una coppia di stranieri regolarmente residente in Italia, ove lavora e vive da un tot di anni, ha diritto a che il proprio figlio sia legalmente un italiano, sarà lo stesso per chi viene a partorire qui? Per chi, già oggi, spedisce ragazzine incinte in Italia per poi raggiungerle legalmente in un secondo momento? Che ne sarà di tutti quei clandestini irregolari che vivacchiano nel nostro paese in modo non sempre lecito? E che ne sarà dei Rom che per tradizione sono apolidi? E come verrà concessa la cittadinanza a adulti di cui non sarà mai possibilie conoscere la vera identità e il trascorso giuridico? E perché uno straniero regolare, occidentali ed europei inclusi, deve invece sottoporsi a tanti controlli?

Troppe domande. La legge si farà, ma i distinguo sono d’obbligo. Poiché oggi un immigrato, ha già diritto in Italia alla assistenza sociale e sanitaria, come un italiano: la cittadinanza, se la vuole, servirebbe per votare ( già: ma chi..? e perché?) e per uscire dalla clandestinità, un fattore quest’ultimo, che non è da sottovalutare in termini di ordine pubblico e convivenza sociale alle regole della comunità a cui si vuole accedere a tutti gli effetti, non dimenticando le tradizioni culturali e religiose di cui molti di loro si fanno portatori e che talvolta, mal si conciliano con i diritti costituzionali italiani, quali infibulazione, velo o poligamia.
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