La letteratura del Secondo Dopoguerra

Ha scritto Alessia Niccolucci, il

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La letteratura del secondo dopoguerra italiano presenta una panoramica vasta e ricca: un concerto di voci differenti, maschili e femminili, che rappresentano il volto di quell’Italia borghese ferita e disincantata dopo la ferita della guerra e dell’occupazione nazista. Ma soprattutto è stato il post Risorgimento, gli ideali dell’Unità che con il tradimento dei Savoia ( che con la firma dell’armistizio dell’8 settembre e la successiva fuga in Portogallo consegnano di fatto gli italiani- cristiani, ebrei, dissidenti e soldati -, i propri sudditi, nelle mani dei tedeschi) ha stravolto ogni certezza, ogni legame tra il popolo tutto e chi lo governa: uno strappo mai più ricucito ancora oggi.
Ed ecco quindi il Gattopardo, voce di un vecchio nobile accorto, colto e arreso alla modernità, appare scandalosamente come un dissidente del Risogimento, una voce critica degli eroi dell’Unità. E perciò osteggiato alla sua comparsa nel panorama letterario, che scritto tra la fine del 1954 e il 1957, fu presentato dall’autore all’inizio agli editori Arnoldo Mondadori Editore e Einaudi, che ne rifiutarono la pubblicazione. Per pubblicarlo nel 1958, alla morte dell’autore stesso.

Recensione de Il Gattopardo

Subito a ridosso della guerra, nel 1949, Cesare Pavese scrive di getto La luna e il falò poco prima di togliersi la vita. Si tratta quindi, in tutti i sensi, di un romanzo finale che poi è anche un romanzo della memoria, la memoria di un reduce dalla guerra, dall’occupazione, dallo stupro dei soldati tedeschi alla terra natìa, dal Fascismo, dalla Resistenza e soprattutto reduce dal dopo della Resistenza. Egli stesso dice che questo è il romanzo dell’approdo alla realtà definitiva e simbolica, ossia i significati mitici della della realtà.
Passati sono i sogni della gioventù, finito il modo della patria com’era proma della guerra: evaporati gli dèi e il mito della patria prima della guerra. Dopo la guerra il mondo è degli americani, dei dollari, del lavoro che stanca e non soddisfa: e per questo scrive il romanzo della memoria di un emigrato che ritorna in Italia e la trova dopo e si avvia deliberatamente ad un pellegrinaggio dei luoghi dell’infanzia e della giovinezza, che prò si trasforma in un viaggio introspettivo in cui, dalle macerie, riemrgono come dopo un trauma, le immagine della violenza, dell’umiliazione subita dagli italiani e della purezza del mondo povero e semplice dell’Italia contadina prima del conflitto.

La luna e i falò

Niente è più: persino la luna e il falò, memoria dei miti , delle divinità pagane e dei fuochi di San Giovanni che il contadini accendevano sulla colline nelle notti del 24 giugno, si sovrappongono con gli incendi che i tedeschi appiccavano alle cascine per fermare i partigiani, annulandoli in una scia di disperazione e dolore.
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E’ del 1946 invece Il sentiero dei nidi di ragno romanzo con cui Calvino dà di fatto l’avvio al Neorealismo italiano. L’ambientazione partigiana e l’esperienza personale dell’autore sono a monte della storia raccontata sono caratteri che testimoniano un’indubbia appartenenza ad una famiglia letteraria. Come Calvino stesso riconobbe, nella celebre Prefazione del 1964 alla nuova edizione del romanzo, lui come tanti suoi coetanei avvertiva la responsabilità che un evento d’importanza storica come la guerra affidava all’uomo di lettere, protagonista e allo stesso tempo interprete di quegli avvenimenti. Tuttavia l’immagine della Resistenza che emerge dalla storia di Pin e della scalcagnata brigata del Dritto non è certo quella eroica e vincente che si è soliti associare alle narrazioni neorealiste, che spesso erano incentrate su una rappresentazione stereotipata ed edulcorante dei drammatici avvenimenti che avevano scandito la “guerra civile” combattuta tra partigiani e nazifascisti tra il 1943 e il 1945. Il romanzo di Calvino si colloca infatti in quella schiera di opere che, tra la fine della Seconda guerra mondiale e la metà degli anni Cinquanta, s’incaricarono di raccontare la storia recente mostrandone le contraddizioni, gli errori, i risvolti più problematici.

Per fare questo, Calvino decide di affrontare il tema «di scorcio», e non di petto. Rinunciando all’afflato epico del Partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (pubblicato postumo nel 1968), così come all’indole tormentata e riflessiva della Luna e i falò di Cesare Pavese (ultimo romanzo dello scrittore piemontese, edito nel 1949), Il sentiero dei nidi di ragno racconta una storia della Resistenza attraverso gli occhi di un bambino. Quella di Pin, protagonista del romanzo, è una prospettiva abbassata e straniante, che presenta cioè un mondo cui siamo quotidianamente abituati sotto una lente che lo deforma, e ne sottolinea così aspetti inediti ed originali. Lo sguardo di Pin sulle cose è quello di chi non conosce il mondo, non ne ha ancora fatto esperienza e non può quindi riconoscerne tutti i significati sottintesi. Pin prende alla lettera tutto quello che vede e gli viene raccontato: è così che le vicende degli adulti intorno a lui appaiono a chi legge sotto una nuova luce. Attraverso questa prospettiva allucinata, affascinata dai colori e dagli inaspettati fenomeni che la natura disvela, la realtà acquista una dimensione fiabesca, quasi astratta, in notevole dissonanza rispetto agli avvenimenti tragici che riporta. Quando osserva e non comprende i problematici rapporti tra gli adulti – gli amori e le gelosie, ma anche i tradimenti e le violenze efferate – l’occhio di Pin si dimostra tanto acuto quanto ingenuo. Privo di qualsiasi sovrastruttura concettuale o ideologica, il suo sguardo traduce quei comportamenti nei termini della sua coscienza di bambino, rivelandone così un impensabile carattere infantile. Allo stesso tempo, però, si dimostra anche involontariamente spietato nel marcare le debolezze, le meschinità e le contraddizioni di un’umanità partigiana che appare come un perfetto contro-modello rispetto a quel che ha tramandato la Storia.

Recensione Il sentiero dei nidi di ragno

A bilanciare la prospettiva di Pin, interviene – in quel nono capitolo del Sentiero dei nidi di ragno che più di un commentatore ha considerato didascalico e spurio – il comandante Kim, giovane studente di medicina e “responsabile” dell’eterogenea composizione del distaccamento del Dritto. È lui a portare nel romanzo un punto di vista “politico” e a rappresentare le posizioni di Calvino di fronte all’esperienza della guerra e alle sue ripercussioni sulla società. Nelle sue parole, intrise di razionalità e umanistica fiducia, anche la vicenda di quella scalcagnata brigata partigiana acquista un significato positivo: nella prospettiva lunga di un corso storico giusto e progressivo, la guerra combattuta dagli uomini che la società relega ai margini, sui quali nessun pensiero rivoluzionario potrà mai attecchire, ha un valore indiscutibile perché avviene dalla parte giusta, dalla parte che la Storia premierà:

Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei vari significati ufficiali. Una spinta al riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni 1.

Il sentiero dei nidi di ragno si presenta allora come il romanzo di un intellettuale che nell’esperienza partigiana ha maturato una notevole consapevolezza politica e che vuole sfruttare le strategie retoriche e narrative per dar vita a un racconto problematico e coinvolgente. Così Calvino, da un lato prova a guardare i fatti appena accaduti da una prospettiva inusuale, che permetta di rivelare contraddizioni e miserie, ma anche eroismi e umanità di una vicenda storica troppo spesso ridotta ai minimi termini della retorica celebrativa. Allo stesso tempo, però, come rivelerà nella già citata Prefazione, confidente nelle possibilità che la Liberazione apre al futuro di libertà e democrazia, egli orienta la narrazione verso un complesso ma indiscutibile ottimismo, proprio di chi crede nel progresso della Storia, che saprà riscattare le sofferenze di ognuno e assegnare a tutti il proprio ruolo nella costruzione della società. Una posizione, questa, che Calvino ridiscuterà nel corso degli anni, anche in virtù di un rapporto sempre più complicato con quel depositario politico dell’ideologia marxista in Italia che era il PCI (fino all’abbandono del partito stesso nel 1957, dopo i fatti di Ungheria).

Oltre alla consapevolezza politica, inoltre, Calvino eredita dall’esperienza bellica, anche una vocazione al narrare che contraddistinguerà sempre la sua scrittura. È una «smania di raccontare», di trasformare in racconto quella mole di esperienze e di vite che la guerra aveva messo a contatto degli intellettuali. Questa smania trova appagamento con la vicenda di Pin, ma soprattutto con le tante che abitano i racconti di ambientazione neorealistica che confluiranno nella raccolta Ultimo viene il corvo (1949) – come Andato al comando, l’omonimo Ultimo viene il corvo, oppure Paura sul sentiero – e, successivamente, nel più ampio volume dei Racconti (1958). Nella misura breve e brevissima del racconto Calvino riesce a condensare figure e situazioni che rimangono scolpite nella memoria del lettore, che riuscirà così, attraverso tante piccole tessere, a ricomporre le tante e diverse facce di un periodo così importante per la storia italiana.

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Alessia Niccolucci Sono una scrittrice e un'insegnante
Scrivo romanzi, poesie, articoli da sempre e insegno a Roma. Ma considero la mia casa la Toscana da dove provengo. Vorrei dire di più ma è già tutto sul mio sito.
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